Nove volte sette
di Isaac Asimov
Affrontando il tema (oggi più che mai attuale dei rapporti fra scienza ed etica, Asimov ci propone due paradossi. Il primo è che il ritorno dai giganteschi elaboratori elettronici all'umile matita, al semplice pezzo di carta, all'elementare memorizzazione della tavola pitagorica, non è una regressione ma costituisce un progresso. Con ciò l'autore, inconsapevolemte ci ricorda la massima di Alessandro Manzoni, secondo il quale "non tutto ciò che vien dopo è progresso". Il secondo è che questo ritorno possa anche costituire un mortale pericolo.
Jehan Shuman era abituato a
trattare con gli uomini che da molti anni dirigevano lo sforzo bellico
terrestre. Non era un militare, Shuman, ma a lui facevano capo tutti i
laboratori di ricerche incaricati di progettare i cervelli elettronici e gli
automi impiegati nel conflitto. Di conseguenza, i generali gli prestavano
ascolto. E lo stavano a sentire perfino i capi delle commissioni parlamentari.
C'erano due esemplari di entrambe queste specie nella saletta del Nuovo
Pentagono. Il generale Weider aveva il volto bruciato dagli spazi e la bocca
molto piccola, quasi sempre atteggiata in una smorfia. Il deputato Brant aveva
guance tonde, lisce, e occhi chiari. Fumava tabacco denebiano con l'indifferenza
di un uomo il cui patriottismo è notorio e che può quindi permettersi certe
libertà.
Shuman, alto, elegante, e Programmatore di prima classe, li affrontò senza
esitazione.
Disse: ‑ Signori, questo è Myron Aub.
‑ Sarebbe lui l'individuo dotato di speciali capacità, che avete scoperto per
caso? ‑ disse il deputato Brant, senza scomporsi. ‑ Bene! ‑ aggiunse, e con
bonaria curiosità squadrò l'omettino calvo, con la testa a uovo.
L'ometto reagì intrecciando nervosamente le dita. Non era mai stato a contatto
di persone così importanti in vita sua. Era un Tecnico d'infimo rango, già
abbastanza avanti negli anni, che dopo aver fallito tutte le prove di selezione
destinate a individuare i cervelli umani meglio dotati, s'era ormai rassegnato
da anni a un lavoro oscuro e monotono. Ma poi il Grande Programmatore aveva
scoperto il suo hobby e l'aveva trascinato qui.
Il generale Weider disse: ‑ Questa atmosfera di mistero mi sembra puerile.
‑ Un minuto di pazienza, ‑ disse Shuman, ‑ e vedrà che cambierà idea. Si tratta
di una cosa che non va assolutamente divulgata... Aub! ‑ Pronunziò il nome
monosillabico come se fosse un comando militare, ma era un Primo Programmatore e
parlava a un semplice Tecnico. ‑ Aub! Quanto fa nove volte sette?
Aub esitò un istante. I suoi occhi smorti ebbero un fioco lampo di ansietà.
‑ Sessantatre, ‑ disse.
Il deputato Brant inarcò le sopracciglia. ‑ È giusto?
‑ Controlli lei stesso, onorevole.
Il deputato trasse la sua calcolatrice tascabile, ne sfiorò con le dita due
volte il bordo zigrinato, guardò il quadrante e la ripose in tasca. Disse: ‑ E
sarebbe questo il fenomeno che lei ci ha chiamati qui ad ammirare? Un
illusionista?
‑ Molto di più, onorevole. Aub ha mandato a memoria alcune operazioni e sa
calcolare sulla carta.
‑ Una calcolatrice di carta? ‑ disse il generale. Sembrava deluso.
‑ No generale, ‑ disse Shuman, paziente. ‑ Non è una calcolatrice di carta.
Semplicemente un foglio di carta. Generale, vuol essere così gentile da proporre
un numero qualsiasi?
‑ Diciassette, ‑ disse il generale.
‑ E lei, onorevole?
‑ Ventitre.
‑ Bene! Aub, moltiplichi questi due numeri e faccia vedere a questi signori in
che modo esegue l'operazione.
‑ Sissignore, ‑ disse Aub, chinando il capo. Trasse un taccuino da una tasca
della camicia e una sottile matita da pittore dall'altra. La sua fronte era
tutta aggrottata mentre tracciava faticosamente sulla carta dei piccoli segni.
Il generale Weider lo interruppe in tono asciutto. ‑ Mi faccia vedere.
Aub gli porse il taccuino e Weider commentò: ‑ Be', sembra il numero
diciassette.
Il deputato Brant annuì e disse: ‑ Proprio così, ma è chiaro che chiunque può
copiare dei numeri da una calcolatrice. lo stesso, credo, sarei capace di
disegnare un diciassette passabile, anche senza esercizio.
‑ Se i signori non hanno nulla in contrario, Aub potrebbe continuare, ‑
intervenne soavemente Shuman.
Aub continuò, la mano un po' tremante. Infine disse a bassa voce: ‑ La risposta
è trecentonovantuno.
Il deputato Brant consultò una seconda volta la sua calcolatrice tascabile. ‑
Perdio, è esatto. Come ha fatto a indovinare?
‑ Non ha indovinato, onorevole, ‑ disse Shuman. ‑ Ha calcolato il risultato.
L'ha fatto su questo foglietto di carta.
‑ Storie, ‑ disse il generale con impazienza. ‑ Una calcolatrice è una cosa e
dei segni sulla carta un'altra.
‑ Spieghi lei, Aub, ‑ disse Shuman.
‑ Sissignore... Ecco, signori, io scrivo diciassette e subito sotto scrivo
ventitrè. Poi mi dico: sette volte tre...
Il deputato lo interruppe pacatamente. ‑ Attento, Aub, il problema
è
diciassette volte ventitre.
‑ Sì, lo so
lo so, ‑ si affrettò a spiegare il piccolo
Tecnico, ‑ ma io comincio col dire sette volte tre perché è così che funziona.
Ora, sette volte tre fa ventuno.
‑ E come lo sa lei? ‑ chiese il deputato.
‑ Me lo ricordo. Dà sempre ventuno sulla calcolatrice. L'ho controllato
innumerevoli volte.
‑ Questo non significa che lo darà sempre, però, disse il deputato.
‑ Forse no, ‑ balbettò Aub. ‑ Non sono un matematico. Ma vede, i miei risultati
sono sempre esatti.
‑ Vada avanti.
‑ Sette volte tre fa ventuno, e io scrivo ventuno. Poi tre per uno fa tre, così
io scrivo tre sotto il due di ventuno.
‑ Perché sotto il due? ‑ chiese il deputato Brant, secco.
‑ Perché... ‑ Aub lanciò un'occhiata implorante al suo superiore. ‑ è difficile
da spiegare.
Shuman intervenne: ‑ Direi che per il momento convenga accettare per buono il
suo metodo e lasciare i particolari ai matematici.
Brant si arrese.
Aub proseguì: ‑ Tre più
due fa cinque, e perciò il ventuno
diventa un cinquantuno. Ora, lasciamo stare per un momento questo numero e
cominciamo da capo. Si moltiplica sette per due, che ci dà quattordici, e uno
per due che ci dà due. Li scriviamo così e la somma ci dà trentaquattro. Ora se
mettiamo il trentaquattro sotto il cinquantuno in questo modo, sommandoli
otteniamo trecentonovantuno, che è il risultato finale.
Vi fu un istante di silenzio e il generale Weider disse: ‑Non ci credo. È una
bellissima filastrocca e tutto questo giochetto di numeri sommati e moltiplicati
mi ha divertito molto, ma non ci credo. È troppo complicato per non essere una
ciarlatanata.
‑ Oh, no, signore, ‑ disse Aub, tutto sudato. ‑ Sembra complicato perché lei non
è abituato al meccanismo. Ma in realtà le regole sono semplicissime e funzionano
con qualsiasi numero.
‑ Qualsiasi numero, eh? ‑ disse il generale. ‑ Allora vediamo ‑. Trasse di tasca
la sua calcolatrice (un severo modello militare) e la toccò a caso. ‑ Scriva sul
suo taccuino cinque sette tre e otto. Cioè cinquemilasettecentotrentotto.
‑ Sissignore, ‑ disse Aub staccando un nuovo foglio di carta.
‑ Ora, ‑ toccò di nuovo a caso la calcolatrice, ‑ sette due tre e nove.
Settemiladuecentotrentanove.
‑ Sissignore.
‑ E adesso moltiplichi questi due numeri.
‑ Ci vorrà un po' di tempo, ‑ balbettò Aub.
‑ Non abbiamo fretta, ‑ disse il generale.
‑ Cominci pure Aub, ‑ disse Shuman, tagliente.
Aub cominciò a lavorare tutto chino. Staccò un secondo foglio di carta, poi un
terzo. Finalmente il generale trasse di tasca l'orologio e lo considerò con
impazienza. ‑ Allora, ha finito coi suoi esercizi di magia?
‑ Ci sono quasi arrivato, signore... Ecco il prodotto, signore. Quarantun
milioni, cinquecentotrentasettemila trecentottantadue ‑. Mostrò la cifra
scarabocchiata in fondo all'ultimo foglio.
Il generale Weider sorrise condiscendente. Premette il pulsante di
moltiplicazione sulla sua calcolatrice e attese che il ronzio dei
meccanismi tacesse. Poi guardò il quadrante della minuscola macchina e disse con
voce rauca dallo stupore: ‑ Grande Galassia, l'ha azzeccato in pieno.
Il Presidente della Federazione Terrestre stentava ormai a mascherare, in
pubblico, la tensione che lo rodeva e, in privato già permetteva che un'ombra di
malinconia velasse i suoi lineamenti delicati, di uomo sensibilissimo. La guerra
denebiana, dopo l'entusiasmo e l'unanime slancio dei primi anni, s'era
rattrappita a un gioco inane di manovre e contromanovre. Sulla Terra lo
scontento cresceva ogni giorno e cresceva forse anche su Deneb.
E ora il deputato Brant, capo dell'importantissima Commissione Parlamentare
sull'Organizzazione della Difesa, stava allegramente e placidamente dissipando
la sua mezz'ora di colloquio in chiacchiere inutili.
‑ Calcolare senza una calcolatrice, ‑ osservò il presidente con impazienza, ‑ è
una contraddizione in termini.
‑ Calcolare, ‑ disse il deputato, ‑ è soltanto un sistema per elaborare dei
dati. Può farlo una macchina come può farlo il cervello umano. Permetta che le
dia un esempio -E, servendosi delle capacità da poco acquisite, prese a
calcolare somme e prodotti finché il presidente suo malgrado sentì nascere un
certo interesse.
‑ E funziona sempre?
‑ Infallibilmente, signor Presidente. Non sbaglia un colpo.
‑ È difficile da imparare?
‑ Mi ci è voluta una settimana per impadronirmi perfettamente del sistema. Ma
immagino che lei...
‑ Effettivamente, ‑ disse il presidente, pensoso, ‑ è un giochetto molto
interessante. Ma a che cosa serve?
‑ A che cosa serve un neonato, signor Presidente? Sul momento non serve a nulla,
ma non vede che questo è il primo passo verso la liberazione dalle macchine?
Consideri, signor Presidente, ‑ il deputato si alzò e la sua voce profonda prese
automaticamente le cadenze
dei discorsi parlamentari, ‑ che la guerra denebiana è una guerra di
calcolatrici contro calcolatrici. Le calcolatrici nemiche formano uno scudo
impenetrabile di contro ‑ missili che fermano i nostri missili, e le nostre
bloccano i loro nello stesso modo. Ogni volta che noi perfezioniamo le nostre
calcolatrici, i Denebiani fanno lo stesso, e ormai da cinque anni si è creato un
precario e inutile equilibrio di forze. Ora noi siamo in possesso di un metodo
che ci permetterà di vincere le calcolatrici, di scavalcarle, di attraversarle.
Potremo combinare la meccanica del calcolo automatico con il pensiero umano;
avremo per così dire delle calcolatrici intelligenti; a miliardi. Non posso
prevedere esattamente quali saranno le conseguenze; ma è chiaro che questa
innovazione avrà una portata incalcolabile. E se Deneb ci arriva prima di noi,
sarebbe una vera catastrofe.
Con aria preoccupata il presidente disse: ‑ Che cosa dovrei fare secondo lei?
‑ Conceda il pieno appoggio del governo a un piano segreto per lo sviluppo del
calcolo umano. Lo chiami Progetto
63, se vuole. Io
rispondo della mia commissione, ma avrò bisogno del sostegno del governo.
‑ Ma fin dove può arrivare il calcolo umano?
‑ Non c'è limite. Secondo il Programmatore Shuman, che mi ha parlato per primo
di questa scoperta...
‑ Sì, ho sentito parlare di lui.
‑ Bene, il dottor Shuman mi dice che in teoria tutto ciò che sa fare una
calcolatrice lo può fare anche la mente umana. In sostanza la calcolatrice non
fa altro che prendere un numero finito di dati ed eseguire con essi un numero
finito di operazioni. La mente umana è perfettamente in grado di ripetere il
procedimento.
Il presidente rifletté per qualche istante. Infine disse: ‑Se lo dice Shuman,
non ho motivo di dubitarne...
Sarà verissimo. Almeno in teoria. Ma in pratica com'è possibile sapere in che
modo lavora una calcolatrice?
Brant sorrise affabilmente. ‑ Le dirò, signor Presidente; gli ho fatto la stessa
domanda. E sembra che un tempo le calcolatrici venissero progettate e disegnate
direttamente dagli esseri umani. Si trattava naturalmente di macchine molto
rudimentali, dato che ciò avveniva prima che si fosse affermato il principio,
ben più razionale, di affidare alle stesse calcolatrici la progettazione di
calcolatrici ancor più perfezionate.
‑ Sì, sì. Continui.
‑ Il Tecnico Aub aveva uno strano hobby: si divertiva a ricostruire queste
macchine arcaiche e così facendo ebbe modo di studiare il loro funzionamento e
scoprì che poteva imitarle. La moltiplicazione che ho eseguito poco fa è
un'imitazione del funzionamento di una calcolatrice.
‑ Straordinario!
Il deputato tossì leggermente. ‑ E c'è un'altra cosa che vorrei farle presente,
signor Presidente... quanto più riusciremo a sviluppare e ad estendere questo
nostro progetto, con le sue infinite applicazioni, tanto maggiore sarà la
percentuale di investimenti federali che potremo distogliere dalla produzione e
dalla manutenzione delle calcolatrici. Via via che il cervello umano si
sostituisce alla macchina, una Parte crescente delle nostre energie o delle
nostre risorse può essere dedicata a impieghi pacifici e in tal modo il peso
della guerra sull'uomo comune andrà decrescendo progressivamente. Ed è inutile
dire quanto un fatto simile favorisca il partito al potere.
‑ Ah, ‑ disse il presidente. ‑ Capisco ciò che lei intende. Bene, si accomodi,
onorevole, si accomodi. Ho bisogno di riflettere sulla sua proposta... Ma
intanto, mi faccia ancora vedere quel trucchetto della moltiplicazione. Vediamo
se riesco a capire come funziona.
Il Programmatore Shuman non tentò di affrettare le cose. Loesser era un
conservatore, un uomo molto legato alla tradizione, e aveva per le calcolatrici
la stessa passione che aveva animato suo padre e suo nonno prima di lui.
Controllava tutta la rete di calcolatrici dell'Europa occidentale, e ottenere il
suo pieno appoggio al Progetto 63 avrebbe rappresentato un passo avanti di
notevole importanza.
Ma Loesser esitava ancora. Disse: ‑ Non vedo troppo di buon occhio quest'idea di
mettere in secondo piano le calcolatrici. La mente umana è capricciosa. Una
calcolatrice ci dà infallibilmente la stessa soluzione allo stesso problema,
ogni volta. Chi ci garantisce che la mente umana sappia fare altrettanto?
‑ La mente umana, Calcolatore Loesser, non fa che manipolare dei dati. E allora
non ha importanza se ad eseguire l'operazione è la mente umana o la macchina.
L'una e l'altra sono semplicemente degli strumenti, dei mezzi.
‑ D'accordo, d'accordo. Ho studiato a fondo la sua ingegnosa dimostrazione, e mi
rendo conto che la mente è in grado di ripetere esattamente i procedimenti della
macchina. Ma mi sembra lo stesso una cosa campata in aria. Anche ammettendo la
validità della teoria, che ragioni abbiamo per credere che la teoria si possa
applicare in pratica?
‑ Ritengo che vi siano ragioni molto valide. Gli uomini non si sono sempre
serviti delle calcolatrici. Gli abitanti delle caverne, con le loro
triremi, le loro scuri di pietra e le loro ferrovie, non avevano calcolatrici.
‑ E probabilmente non calcolavano nulla.
‑ Lei sa bene che non è così. Perfino la costruzione di una strada ferrata o di
una ziggurat richiedeva dei calcoli, sia pure elementari, e questi
calcoli venivano evidentemente eseguiti senza macchine.
‑ Lei intende dire che gli antichi calcolavano col metodo che lei mi ha
dimostrato?
‑ Probabilmente no. È un fatto che questo metodo (a proposito, noi l'abbiamo
battezzato «grafitica», dalla vecchia parola europea «grafo», cioè «scrivere»)
deriva direttamente dalle calcolatrici, e dunque non può essere anteriore.
Tuttavia i cavernicoli dovevano pur avere un loro metodo, no?
‑ Arti perdute! Se lei mi vuol parlare delle arti perdute...
‑ No, no, io non sono un fanatico delle arti perdute, anche se non posso
escludere che ce ne siano state. Dopo tutto, l'uomo mangiava grano anche prima
dell'idroponica, e se i primitivi mangiavano grano dovevano per forza coltivarlo
nel suolo. Che altro sistema potevano avere?
‑ Non lo so, ma crederò nella coltura in terra quando vedrò del grano crescere
direttamente dal suolo. E crederò che si possa ottenere il fuoco strofinando due
schegge di pietra quando lo vedrò fare sotto i miei occhi.
Shuman divenne suadente. ‑ Comunque sia, torniamo alla grafitica. Secondo me, va
considerata un aspetto del generale processo di eterealizzazione. Il trasporto
mediante veicoli più o meno ingombranti sta cedendo il posto al trasferimento
diretto. I mezzi di comunicazione tradizionali diventano sempre più maneggevoli
ed efficienti. Provi per esempio a confrontare la sua calcolatrice tascabile con
gli enormi cervelli elettronici di mille anni fa. Perché non dovremmo fare
l'ultimo passo su questa via, ed eliminare completamente le calcolatrici?
Andiamo, il Progetto 63 è già in corso di realizzazione; già si registrano
notevoli progressi. Ma abbiamo bisogno del suo aiuto. Se il patriottismo non
basta a farle prendere una decisione, consideri la prodigiosa avventura
intellettuale che ci sta di fronte.
Loesser disse in tono scettico: ‑ Che progressi? Che potete fare oltre la
moltiplica-zione? Potete integrare una funzione trascendentale?
‑ Col tempo arriveremo anche a questo. Durante il mese scorso ho imparato ad
eseguire le divisioni. Sono in grado di determinare con assoluta precisione
quozienti interi e quozienti decimali.
‑ Quozienti decimali? Con quanti decimali?
Il Programmatore Shuman si sforzò di dare alla sua voce un tono indifferente. ‑
Non ci sono limiti.
Loesser lo guardò sbalordito. ‑ Senza calcolatrice?
‑ Mi ponga lei stesso un problema.
‑ Provi a dividere ventisette per tredici. Con sei decimali.
Cinque minuti dopo Shuman disse: ‑ Due virgola zero sette sei nove due tre.
Loesser controllò il risultato. ‑ Ma
è straordinario. Le
moltiplicazioni non mi avevano impressionato gran che, perché insomma,
comportano solo dei numeri interi, e avevo l'impressione che potesse trattarsi
di un trucco. Ma i decimali...
‑ E questo non è tutto. Stiamo lavorando in una direzione che fino a questo
momento è ancora segretissima e che, a rigore, non dovrei rivelare a nessuno.
Comunque... Stiamo per aprire una breccia nel fronte della radice quadrata.
‑ La radice quadrata?
‑ La cosa comporta naturalmente alcuni passaggi difficilissimi e ancora non
disponiamo di tutti gli elementi, ma il Tecnico Aub, l'uomo che ha inventato la
nuova scienza e che è dotato di una intuizione stupefacente, in questo campo,
afferma di aver quasi risolto il problema. Ed è soltanto un Tecnico. Un uomo
come lei, un matematico espertissimo e con un'intelligenza superiore, non
dovrebbe trovare nessuna difficoltà.
‑ Radici quadrate, ‑ mormorò affascinato Loesser.
‑ Anche cubiche. Allora, possiamo considerarla dei nostri?
Loesser gli tese di scatto la mano. ‑ D'accordo.
Il generale Weider camminava avanti e indietro a un'estremità del lungo salone,
rivolgendosi ai suoi ascoltatori con i modi di un insegnante severo che ha di
fronte una classe indisciplinata. Al generale non faceva né caldo né freddo che
il suo pubblico fosse composto dagli scienziati civili che dirigevano il
Progetto 63. Egli era il supervisore, la massima autorità, e tale si considerava
in ogni attimo della sua giornata.
Disse: ‑ Le radici quadrate sono una bellissima cosa. Personalmente, non sono
capace ad estrarle e neppure capisco le operazioni relative, ma sono certamente
una bellissima cosa. Tuttavia, il governo non può permettere che il Progetto si
perda appresso a quelli che alcuni di voi chiamano gli aspetti fondamentali del
problema. Sarete liberi di giocare con la grafitica e adoperarla in tutti i modi
che vorrete quando la guerra sarà finita; ma adesso abbiamo da risolvere dei
problemi pratici della massima importanza.
In un angolo il Tecnico Aub ascoltava con dolorosa attenzione. Non era più,
naturalmente, un Tecnico; lo avevano sollevato dalle sue vecchie funzioni, e
destinato al progetto, con un titolo altisonante e un lauto stipendio. Ma le
differenze sociali restavano, e gli scienziati d'alto rango non avevano mai
accondisceso ad ammetterlo nelle loro file su un piede di parità. Né, per
rendere giustizia ad Aub, egli lo desiderava. Con loro si sentiva a disagio come
loro con lui.
Il generale diceva: ‑ Il nostro obiettivo è semplice, signori; sostituire la
calcolatrice. Un'astronave che può navigare nello spazio senza avere a bordo un
cervello elettronico può essere costruita in un tempo inferiore di cinque volte,
e con una spesa inferiore di dieci volte, a una nave munita di calcolatrice. Se
potessimo eliminare le calcolatrici saremmo in condizione di costruire delle
flotte cinque, dieci volte più numerose di quelle di Deneb. E al di là di questo
primo grande passo, io intravedo qualcosa di ancor più rivoluzionario; un sogno,
per ora; ma in futuro io vedo il missile guidato dall'uomo!
Tra il pubblico si diffuse un lungo mormorio.
Il generale proseguì. ‑ Attualmente, la nostra più grave «strozzatura » è data
dal fatto che i missili dispongono di una intelligenza limitata. La calcolatrice
che li guida non può superare certe dimensioni e un certo peso, ed è per questo
che trovandosi in una situazione imprevista, di fronte a un nuovo tipo di
sbarramento anti ‑ missile, i nostri apparecchi danno risultati così mediocri.
Pochissimi, come sapete, raggiungono gli obiettivi, e la guerra missilistica è
ormai una continua elisione; infatti il nemico è fortunatamente nelle stesse
condizioni nostre. Mentre un missile avente a bordo uno o due uomini, in grado
di dirigere il volo mediante la grafitica, sarebbe molto più leggero, più
mobile, più intelligente. Ci darebbe quel margine di superiorità che ci porterà
alla vittoria. Inoltre, signori, le esigenze della guerra ci obbligano a tener
presente anche un altro punto. Un uomo è uno strumento infinitamente più
economico di una calcolatrice. I missili con equipaggio umano potrebbero essere
lanciati in numero tale e in tali circostanze quali nessun generale sano di
mente oserebbe mai prendere in considerazione se avesse a sua disposizione
soltanto dei missili automatici...
Disse ancora molte altre cose, ma il Tecnico Aub aveva sentito abbastanza.
Nell'intimità della sua stanza, il Tecnico Aub passò molto tempo a correggere e
ricorreggere la lettera che intendeva lasciare. Il testo definitivo, quando lo
rilesse, suonava così:
« Quando cominciai a studiare la scienza che oggi si chiama grafitica, la
consideravo alla stregua di un passatempo privato. Non vedevo, in essa, altro
che un divertimento stimolante, un esercizio mentale.
« Quando il Progetto 63
venne istituito, io ritenevo che i
miei superiori vedessero più lontano di me; che la grafitica potesse essere
messa al servizio dell'umanità, potesse contribuire, per esempio, alla
realizzazione di congegni veramente pratici per il trasporto individuale. Ma ora
capisco che sarà usata solo per spargere morte e distruzione.
« Non posso sopravvivere alla responsabilità di aver inventato la grafitica ».
Lentamente, diresse verso se stesso un depolarizzatore delle proteine e, senza
provare alcun dolore, cadde istantaneamente fulminato.
Erano tutti raccolti, sull'attenti, intorno alla tomba del piccolo Tecnico,
mentre veniva reso omaggio alla grandezza della sua scoperta.
Il Programmatore Shuman chinò solennemente il capo insieme agli altri, ma non
era commosso. Il Tecnico aveva fatto la sua parte, e ormai non c'era più bisogno
di lui. Certo, era stato lui a inventare la grafitica, ma ora che la nuova
scienza aveva messo le ali, avrebbe continuato da sola, di trionfo in trionfo,
fino al giorno in cui i missili avrebbero solcato gli spazi guidati dall'uomo. E
oltre ancora.
Nove volte sette, pensò Shuman con profonda contentezza, fa sessantatre, e non
ho bisogno che me lo venga a dire una calcolatrice. La calcolatrice ce l'ho
nella testa.
E questo gli dava un senso di potenza davvero esaltante.